L’ORCO
HD video, 25fps, 10’08’’
2020
L’orco is an ethology documentary about a rare specimen of ogre. Two special reporters follow his daily routine in the swamp.
L’orco is the nostalgia for the symbol. It is the attempt to re-invoke the inner meaning of a symbolic figure like the ogre, which in his postmodernist version of Shrek it is denied, or at least subverted. The irony of the declared fiction of the mockumentary is the awareness of the deep gap between reality (matter) and a symbolic structure (abstraction).
L’orco è un documentario di etologia su un raro esemplare di orco. Due inviati speciali lo seguono
nella sua routine, immergendosi nel suo habitat naturale: la palude.
L’orco è grosso, grezzo, rozzo e puzzolente. L’orco è un bruto e uno stupido. E’ peloso e barbuto, e
spesso porta con sé un grosso bastone-clava. Mangia i bambini.
Gilbert Durand, nel suo libro Le strutture antropologiche dell’immaginario, classifica e riordina gli
elementi costitutivi dell’immaginario in una costellazione (necessariamente) simbolica. Esistono
delle strutture archetipiche ben precise che regolano il nostro immaginario, e tra queste c’è la coppia
oppositiva diurno-notturno, cioè solare e lunare, ascensione e caduta. L’orco, come l’acqua
stagnante della palude, è un’immagine che si può ascrivere al regime notturno. Corrispettivo del
diavolo, con le sue fauci animalesche, porta dell’inferno, inghiotte, o meglio, mastica il sole e con
esso ogni possibilità di verticalizzazione.
Per Durand, ciò che unisce le immagini del regime notturno è l’angoscia dinanzi al tempo. L’orco-
chronos è allora divoratore del tempo.
E’ nella caratteristiche dell’animalità che Durand ritrova i simboli del caos infernale.
Durand, riferendosi a libri, storie, credenze e favole del passato, scrive il suo libro nel 1963, agli
albori della società dello spettacolo e al declino della cultura contadina.
Io mi sono chiesto se le strutture da lui individuate, che si articolavano e sopravvivevano proprio
nella cultura popolare, siano ancora valide oggi, in una
società tecnicizzata. Mi sono chiesto se l’archetipo è sorpassato.
Gli echi dell’ironia post-moderna, nell’epoca del nichilismo nietzschiano, dove tutto è
appiattito a non-valore nel 2001 hanno dato vita a Shrek. Shrek è un orco che
dell’orco ha solo l’iconografia. Shrek è un orco buono, anzi un orco principe azzurro. La
dreamworks compie un’operazione irriverente, rovesciando il substrato simbolico dell’orco e
facendolo diventare amichevole. Oggi Shrek è diventato parte dell’immaginario collettivo, e,
parlando di orchi, dopo Barbablu e Mangiafuoco ci viene in mente proprio lui.
Internet ha compiuto un ulteriore passo in avanti verso una società dell’iper-spettacolo. Ci getta in
una realtà virtuale alternativa, dove l’unità comunicativa è l’immagine.
La memetica è una disciplina protoscientifica teorizzata già negli anni Settanta da Richard Dawkins, che ipotizzava una corrispettiva unità
d’informazione parallela al gene, il meme, appunto. In questo senso ampio tutto il nostro
immaginario collettivo, tra cui l’idea di orco, è un meme.
Le sottoculture dei forum hanno elevato la figura di Shrek al meme per eccellenza. Non il
personaggio di Shrek, non quello che rappresenta, ma Shrek nella sua dimensione tautologica: un
orco verde. Per di più, le scene diventate iconiche non sono quelle delle sue prodezze, ma le scene iniziali del film, accompagnate da All Star degli Smash Mouth, in cui Shrek non è altro che un orco
che fa cose da orco. Ecco che allora nella cultura popolare contemporanea e nel relativo
immaginario rivive una figura del folclore antico. Che ci sia dunque in questa operazione memetica
una sorta di volontà malinconica e rievocativa di un immaginario scaduto? Che ci sia una sorta di
esigenza, di necessità di ritorno al folklore? Ogni volta che si cita Shrek in un meme, si riattiva,
volutamente o meno, una coscienza arcaica e popolare dell’orco, dell’animalità, di ciò che è
infernale. Si riattivano quelle strutture archetipiche di Durand e si ritorna per un istante a quel
mondo di forze misteriose delle fiabe che ci raccontavano i nostri nonni.

L’orco allora non è solo un gigantesco omaggio al meme di Shrek, ma una rievocazione
immaginifica del personaggio dell’orco. Un goffo tentativo di trasportarlo nella realtà. L’aspetto
della finzione è in continua evidenza.
L’orco è un documentario che di documentario ha solo il nome. E’ piuttosto un’esperienza visiva
dalle tinte internettiane. Le due telecamere, in costante dialogo tra loro, hanno sempre gli occhi
puntati sull’orco, dicono sempre la stessa cosa. Anzi, nei tempi così distesi della performance, il
senso del video passa dall’essere nell’orco a essere nell’interazione tra le due macchine. Dei
silenziosi zoom sottolineano la dimensione tautologica dell’orco e, come i movimenti, diventano
degli atti performativi di chi sta dietro la telecamera. In due momenti il video diventa esplicitamente
performativo, l’ambiente si trasforma in palcoscenico, e una tuba suona la canzone del meme,
diventando citazionismo puro.